Il voto semifasullo della piattaforma Rousseau

Il 18 febbraio sarà un giorno da ricordare.

Con Il voto semifasullo della piattaforma Rousseau che sottrae Salvini al processo è iniziata la fine dei cinque stelle.

Il leader della Lega ha dato prova di notevole scaltrezza.

Di Maio è in un mare di guai.

Le infinite stupidaggini commesse dal governo in carica avevano già iniziato a minare la credibilità dei grillini.

Ma occorreva un evento più traumatico e simbolico per accelerare un processo di divaricazione e disfacimento alimentato dall’emotività che è tipica dei movimenti come i 5 stelle.

Riconoscere ciò che per la nostra Costituzione è pacifico e cioè il potere del Parlamento di limitare l’azione della Magistratura ai danni dei rappresentanti del popolo e dell’esecutivo quando sussista il ragionevole dubbio che vengano messi in discussione prerogative costituzionali, significa per i pentastellati infrangere un tabù costitutivo della loro ragion d’essere.

Il che potrebbe persino essere un segno di maturazione se accadesse in un contesto di crescita di consensi e di credibilità.

Ma poichè il salvataggio di Salvini è dettato solo dal terrore che il governo cada ed un impietoso giudizio delle urne spazzi via l’effimera stagione del governo Conte, risulta evidente anche ai più sprovveduti che la sceltà è dettata da puro spirito di conservazione del potere.

Salvini è stato bravissimo a trasformare la sua vicenda giudiziaria in una trappola per gli alleati.

Che ora si troveranno di fronte al dilemma di come comportarsi con i loro ministri - e con il premier - quando arriverà in Parlamento la richiesta di processarli.

Non ci vorrà molto per assistere ad una vera e propria resa dei conti tra movimentisti e governisti che potrebbe determinare l’implosione del movimento.

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