Notre Dame: molto più di un incendio

In teoria Sgarbi non ha torto: il patrimonio culturale europeo non ha perso molto nel rogo dell’Ile de La Cité, visto che il tetto, la guglia e parte degli Interni compromessi dalle fiamme sono già stati oggetto di una ricostruzione nel secolo di Napoleone.

In teoria. 

Già, perchè Notre Dame è il cuore, i Greci avrebbero detto l’ombelico, della Francia, fin da quando Giulio Cesare in quel medesimo sito edificò un tempio a Giove, celebrando così la ricostruzione di Lutezia.

Notre Dame è un luogo sacro, speciale, persino magico, un simbolo potente contro cui si accanì, non a caso, il furor plebeo dei sanculotti.

Un luogo dove lo stesso Napoleone cercò di sacralizzare la sua improbabile ambizione monarchica e imperiale.

Un crocevia alchemico e sapienziale, dove il culto della Vergine fu celebrato dall’arte segreta dei grandi costruttori di cattedrali.

Per questa grandezza atemporale del tempio che ispirò Hugo, che molta gente intuisce senza comprendere neppure il perché, le immagini rovinose dell’incendio hanno creato sgomento, dando la sensazione della minaccia di una perdita irreparabile.

Campane ancestrali hanno suonato a martello attraverso i media europei, annunciando che Notre Dame bruciava.

La rifaranno uguale e forse meglio.

Ma l’incuria e l’incapacità di chi ha provocato questo disastro hanno suscitato angoscia.

Come i segni del cielo che annunciano sciagura, quell’incendio ha il sapore acre e amaro della decadenza della nostra Vecchia Europa.

Apparenze, suggestioni, proiezioni dell’immaginazione, si dirà.

Forse.

Ma non ne sarei così sicuro...

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