È morto Ugo Gregoretti

I giornali celebrano il regista, l’intellettuale, l’ideatore di inchieste e programmi televisivi.

Io ricordo un uomo colto, intelligentissimo, pieno di acume e di autoironia, che due anni fa mi ha aiutato a ricostruire in un saggio le singolari biografie di suo padre e dei suoi zii, giovani protagonisti dello squadrismo romano tra il 1919 e il 1924.

Tutti offrono meritati tributi alla memoria di Ugo Gregoretti e alla sua originale storia di intellettuale legato al PCI e alla sinistra.

Io ho avuto il piacere di giovarmi dei suoi suggerimenti due anni fa, mentre stavo scrivendo il mio saggio sulle origini del fascismo a Roma, poi pubblicato da Mursia con il titolo “Arditi contro”.

Consultando le carte dell’Archivio di Stato e, in particolare le informative della Polizia e dei Carabinieri negli anni tra il 1919 e il 1922 a Roma, avevo infatti scoperto l’avventurosa e tragica storia dei quattro fratelli Gregoretti, Anton Giorgio, Bruno, Vincenzo e Lucio, il padre di Ugo Gregoretti.

Figli di un ingegnere navale istriano, tutti avevano aderito al primo Fascismo: Anton Giorgio era ben presto diventato un leader dello squadrismo capitolino, guidando la Centuria Mussolini, mentre Bruno era vicecapo della Centuria Battisti.

I due fratelli più piccoli erano giovani militanti dei gruppi studenteschi.

Gente tosta i fratelli Gregoretti, sempre al centro di scontri, incidenti, sparatorie, molto legati al fascismo dissidente di Gino Calza Bini.

La loro storia è scandita da scelte sempre molto mette e definitive, fino alla seconda guerra mondiale, che proietta l’ombra della tragedia sulla famiglia: Vincenzo cade combattendo nella battaglia di Cheren nel 1941, Bruno muore in uno scontro con i titini sulla costa della Dalmazia, Anton Giorgio aderisce alla Rsi mentre Lucio, il padre di Ugo, sceglie di collaborare con i partigiani monarchici e finisce prigioniero in via Tasso, riuscendo poi, con l’aiuto della famiglia, a evadere in modo rocambolesco.

Quando ho raggiunto Ugo Gregoretti telefonicamente, dicendogli che stavo scrivendo della sua famiglia, era rimasto qualche secondo in silenzio.

Temendo di averlo disturbato, mi ero scusato chiedendogli se preferisse essere richiamato in un altro momento.

Lui, lucidissimo, mi aveva prontamente replicato : “Mi scusi, ma mi ha colto di sorpresa. Pensavo che dopo quasi cento anni di silenzio sulle loro imprese nessuno ne avrebbe più parlato. Invece è giunta l’ora di raccontare questa storia. Lo farò volentieri”.

Ha voluto leggere le bozze del libro e poi mi ha dato buoni consigli e informazioni preziose per il mio lavoro.

Ho un bel ricordo di quelle conversazioni e mi riempì di orgoglio sentirgli dire che il mio studio rendeva bene l’idea del clima di quegli anni e delle motivazioni delle scelte di quella generazione.

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