Taglio parlamentari

Questo è in realtà il terzo tentativo in 13 anni e forse è la volta buona.

Il primo risale al 2006 con la riforma costituzionale del governo Berlusconi, ma fu poi bocciato da un referendum.

Nessun telegiornale lo ha ricordato, ma la prima legge costituzionale votata in parlamento per ridurre di 115 unità il plenum di Camera e Senato portava la firma del centrodestra e risale al 2006.

Fu poi un referendum popolare a bocciare la legge.

Più di recente è toccato al governo Renzi tentare la strada di una riforma costituzionale che prevedeva addirittura la cancellazione del Senato, facendo quindi fuori 314 senatori.

Ma anche in questo caso un referendum popolare rottamò la legge costituzionale.

Ora la legge voluta dal governo Di Maio Salvini e votata nelle precedenti letture da Fratelli d'Italia ha molte più chances di non essere sconfessata da un referendum per una semplice ragione: in effetti non c'è alcuna riforma, ma semplicemente una riduzione dei deputati e dei senatori.

Soluzione che non migliora l'efficienza delle istituzioni, ma ha la forza di una sua neutralità politica, visto che a parte il PD, che si è convertito solo nell'ultima votazione, interpretando un'aspettativa diffusa in modo trasversale fra gli elettori di tutte le altre forze politiche.

Purtroppo restano tutte le altre, ben più gravi, contraddizioni del nostro sistema: presidenti del consiglio mai eletti dal popolo, trasformismo delle forze politiche, impossibilità per gli elettori di scegliersi in cabina elettorale i loro rappresentanti.

I 5 stelle riportano un oggettivo successo comunicativo, ma è anche l'ultimo successo facile che portano a casa.

L'effetto ci sarà ma non durerà oltre qualche settimana: gli italiani cominciano a prendere le misure dello sfascio grillino e la prossima finanziaria sarà la cartina di tornasole di una stagione politica disastrosa aperta dal governo giallorosso.

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